Se l’ambasciatrice statunitense abbandona Twitter. Un po’ di contesto.

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Jones

di Alessandro Pagano Dritto

Anche se il suo account risulta ancora attivo, il 23 marzo 2015 l’ambasciatrice statunitense in Libia – dall’estate scorsa assente, come altri, dal paese  – annuncia di aver abbandonato Twitter.

La decisione sembra essere stata presa in poche ore, essendo la questione scoppiata solo dopo un tweet in cui l’ambasciatrice lamentava la morte di otto rifugiati di Tawergha durante alcuni bombardamenti del governo orientale in quel di Tarhouna, città a sud di Tripoli.

 

 

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, però, sia il governo orientale che la municipalità di Tarhouna hanno negato la verità del tweet, sostenendo l’uno di non aver provocato vittime tra i rifugiati Tawergha e l’altra di aver subito altro che danni materiali dagli stessi bombardamenti.

Dopo aver rivendicato la credibilità delle sue parole, allora la Jones lamentava l’impossibilità di poter condannare una violenza accaduta in Libia senza per forza prendere parte: la violenza sbagliata è quella di entrambe le fazioni, intendeva dire l’ambasciatrice, e a mo’ di esempio condannava anche la morte dei familiari di un ufficiale filoorientale.

 

 

 

 

Il tweet successivo comincia a far intravvedere, col senno di poi, l’esito finale: l’ambasciatrice denuncia il verificarsi di repliche poco consone alle sue osservazioni e minaccia di bloccare alcuni utenti.

 

 

Alle 19:05 la decisione finale: Deborah Jones lascia Twitter e saluta i suoi utenti rimandandoli per le comunicazioni ufficiali al sito dell’ambasciata.

 

 

Questo, quindi, quello che dovrebbe essere il suo ultimo tweet:

 

 

Consultando quotidianamente Twitter si può constatare come la posizione del governo di Washington sulla Libia sia considerata dai sostenitori più o meno espliciti del governo di Tobruk come filoislamista e filotripolina: un’accusa, questa, che coinvolge anche il governo di Londra – il cui ambasciatore, molto attivo sul social, si è spesso dovuto difendere dall’accusa di sostenere la Fratellanza Musulmana – e le stesse Nazioni Unite.

Interessante a tal proposito un recente botta e risposta tra il rappresentante permanente libico alle nazioni Unite Ibrahim Dabbashi – governo di Tobruk, ovviamente – e il suddetto ambasciatore, Michael Aron:

 

 

 

Delle Nazioni Unite i detrattori non capiscono gli sforzi per un governo di unità nazionale che privi, dal loro punto di vista, della legittimità democratica quel governo che nel giugno 2014 fu eletto da regolari, per quanto scarsamente partecipate, elezioni.

La domanda retorica più diffusa riguarda il perché il governo orientale debba essere costretto a scendere a patti con un governo, quello di Tripoli, che questi considera illegittimo e abusivo, quando non direttamente terrorista.

Ma in generale un esempio di diffidenza può essere fornito da tweet come questo che segue, sempre di Ibrahim Dabbashi:

 

 

Non a caso la prima richiesta di Tobruk – si guardi a questo esempio l’intervento di Dabbashi del 17 dicembre 2014 – era stata quella di facilitare il suo sostegno militare soprattutto nella guerra di Bengasi: la città, nell’Est del paese, è infatti ormai da un anno teatro di conflitto aperto tra le forze lealiste e una coalizione di milizie accusate dai loro oppositori di islamismo; in un caso – quello di Ansar al Sharia – anche ufficialmente inserite dalla comunità internazionale nell’elenco dei gruppi terroristici.

È quindi senza eccessivo entusiasmo che nel tempo il governo orientale si è adattato all’opzione di un governo di unità nazionale, sostanzialmente mai messa in dubbio dai partner esteri.

Ma anche se ieri l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia Bernardino Leon ha detto che in settimana dovrebbero essere resi noti i primi nomi della compagine unitaria, non si può non constatare come il Dialogo Nazionale da lui e dalla sua organizzazione patrocinato proceda con continui rinvii e ritrattazioni di date: l’ultima, quella di alcuni importanti documenti che dovevano essere pubblicati domenica 22 marzo e invece forse lo saranno oggi, 24 marzo.

Segno piuttosto evidente di contrasti interni, che però fino adesso non sono mai stati tali da interrompere definitivamente le sessioni.

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Legge di Isolamento Politico. Origini, significati ed eventuali prospettive.

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di Alessandro Pagano Dritto.

 

Da sinistra, Ageela Issa e Abdallah al Thanni, rispettivamente vertici del parlamento e del governo orientale.

Da sinistra, Ageela Issa e Abdallah al Thanni, rispettivamente vertici del parlamento e del governo orientale.

Il 2 febbraio 2015 – riportano agenzie come la turca Anadolu e la cinese Xinuha – il parlamento orientale di Tobruk (House of Representatives, Casa dei Rappresentanti, HOR) ha abrogato la Legge di Isolamento Politico che era stata approvata il 5 maggio di due anni fa.

Questo pezzo si ripropone di chiarire brevemente l’origine della legge e il suo significato, concludendo chiedendosi quale valore potrebbero avere la sua abrogazione o la sua modifica.

 

La Political Isolation Law: quando è stata approvata, come e perché.

La legge 13 del 2013 – e non 41, come erroneamente si trova riportato in un mio articolo dell’epoca, scritto nell’incalzare degli eventi – si proponeva di vietare, o comunque fortemente limitare, la partecipazione alla vita politica libica degli ex gheddafiani, cioè di coloro che durante la guerra del 2011 avevano servito la causa lealista.

In realtà due anni fa la discussione verté proprio sul limite da dare a questa estromissione politica e si vennero delineando posizioni più o meno radicali. In generale l’ala più estrema a questo riguardo venne rappresentata dai partiti islamisti, il maggiore dei quali era il Partito di Giustizia e Costruzione (Justice and Construction Party, JCP) della Fratellanza Musulmana. Alla fine si stabilì – lo riporta una traduzione inglese originariamente apparsa sul sito web del Libya Herald, ora visibile ai soli abbonati ma ripresa altrove – che dovessero considerarsi interessati agli effetti della legge tutti coloro che avevano tenuto le cariche indicate dal 1o settembre 1969 al 23 ottobre 2011: in pratica, in tutto il quarantennio di Gheddafi.

Con le milizie radunate fuori dai palazzi di Stato durante la votazione, alla fine la legge passò e la sua vittima più illustre fu proprio l’allora presidente del parlamento (Consiglio Generale Nazionale, General National Council, GNC) Mohamed al Magarief, oppositore di Gheddafi dagli anni ’80. A Magarief sarebbe seguito Nuri Abu Sahmain, oggi a capo dell’omonimo parlamento islamista di Tripoli.

 

Il valore simbolico della Political Isolation Law per Tripoli: blindare la rivoluzione.

Sembra difficile non dare alla Legge di Isolamento Politico un valore prima di tutto simbolico.

Secondo la retorica – il termine è usato qui in modo molto tecnico – rivoluzionaria di chi ha combattuto tra le fila dei ribelli nel 2011, impedire ai gheddafiani l’accesso alla politica vuol dire sostanzialmente garantire che quanto ottenuto con le armi ormai quasi quattro anni fa venga oggi perpetuato dalla legge. Si leggano per esempio le dichiarazioni di uno dei leader dell’esercito tripolino, Salah Badi, ad Al Jazeera, il quale si lamenta appunto della mancata punizione dei lealisti.

Volendo fare un paragone storico, la paura di chi sostiene la Legge di Isolamento Politico in Libia potrebbe forse rappresentare qualcosa di simile a quello che ancora alcuni di coloro che si rivedono nella Resistenza italiana osservano quando parlano di tradimento della Resistenza e di riciclo di elementi fascisti nella neonata Repubblica.

Senza voler qui fare un alcun improvvisato approfondimento storico, ma anzi per pura curiosità, va detto che anche nel caso italiano si ritrova al centro del dibattito una legge: la cosiddetta «amnistia Togliatti» del 22 giugno 1946 che – cita proprio la voce Palmiro Togliatti dell’Enciclopedia Treccani giusto per inquadrare il fatto – «comprendeva anche reati politici commessi durante il fascismo con l’obiettivo di favorire la riconciliazione nazionale e allargare il consenso alla costruzione della democrazia».

Tornando però alla Libia, il punto è che la Libia del febbraio 2015 non è quella del maggio 2013 e ci sono invece importanti elementi di discontinuità. Il panorama politico è innanzi tutto diviso in due: da una parte il governo occidentale di Tripoli, islamista e privo di ufficiali riconoscimenti internazionali, dall’altra le autorità di Beida, dove ha sede il parlamento, e Tobruk, sede del governo: quest’ultimo ha una forte caratura antiislamista.

Più volte Tripoli ha accusato Tobruk di comprendere nei suoi ranghi molti gheddafiani riciclati, a partire dal suo elemento forse più noto: il Generale Khalifa Hafter, che dal maggio 2014 conduce un’operazione militare antiislamista dapprima autonoma e poi progressivamente accettata da Tobruk.

La storia registra che Khalifa Hafter sia stato uno degli ufficiali autori con Muammar Gheddafi della deposizione, nel 1969, del re Idriss Senussi e che poi se ne sia allontanato invece con la sconfitta nella guerra del Ciad del 1987. Riparato negli Stati Uniti, raggiunge i ribelli nel 2011.

L’accusa rivolta più o meno esplicitamente ad Hafter dai suoi nemici politici è dunque quella di ritentare la strada del colpo di mano militare e in questo un esempio recente è quello dell’ex Capo di Stato Maggiore egiziano Abdel Fattah el Sisi, che proprio nel 2013 ha deposto il presidente islamista Mohamed Morsi per poi porsi alla guida, in abiti civili, del paese. Non è un mistero che Sisi appoggi pienamente Tobruk e ci sono in questo senso voci di un appoggio anche più che morale o squisitamente politico.

Tutto questo permette alle autorità islamiste di Tripoli di indicarsi come le vere e uniche garanti della rivoluzione del 2011 – l’appellativo che tutti coloro che hanno combattuto contro Gheddafi usano per se stessi è quello di tuwar, «rivoluzionari» – e delle sue aspirazioni antidittatoriali e libertarie: aspirazioni che sarebbero invece state tradite da quanti, ribelli quattro anni fa, si sono uniti invece adesso sotto l’egida del governo orientale.

 

Il valore simbolico della Political Isolation Law per Tobruk: una legge espressione di parte.

Le accuse di gheddafismo rivolte da Tripoli agli ambienti di Tobruk dovrebbero essere verificate caso per caso da una magistratura indipendente e nelle piene possibilità di operare, da una magistratura che si appelli a una legislazione valida per tutto il territorio libico.

Nessuna di queste condizioni è oggi presente in Libia, soprattutto dopo che il 6 novembre 2014 la Corte Suprema di stanza a Tripoli, in teoria la massima autorità giudiziaria dell’intero paese, si è espressa criticando la legittimità del governo orientale. Da allora la spaccatura è stata ancora più profonda e Tobruk ha continuato forte sostanzialmente di tre cose: il suo esercito, il riconoscimento internazionale e il supporto dei suoi stessi sostenitori. Questo gli ha permesso di sopravvivere al verdetto della Corte Suprema, accusata di essere ostaggio delle milizie tripoline e quindi non indipendente nel suo giudizio.

L’accusa rivolta alla Corte Suprema è la stessa che viene rivolta al defunto parlamento unitario del 2013, quando la Legge di Isolamento Politico venne votata in un clima di forte tensione e, come si è detto, con le milizie armate a circondare gli edifici pubblici: legge non valida, insomma, e quindi abrogata.

Come confermano oggi le agenzie, la retorica – anche qui il termine è puramente tecnico – antiislamista vuole che la Legge fosse, al momento della sua approvazione, espressione della costrizione politica e militare islamista e che fosse stata dunque estorta al parlamento; il quale non poté far altro che cedere per motivi di sicurezza.

 

Political Isolation Law. Quale valore da oggi?

In un suo tweet la giornalista della BBC Rana Jawad ha sottolineato che sull’operazione

legislativa di Tobruk sono risultate due versioni diverse: una è quella dell’abrogazione, l’altra quella della sospensione.

In attesa di chiarimenti, si possono fare a caldo alcune ipotesi.

Innanzi tutto c’è infatti da chiedersi se anche a Tobruk convenga effettivamente annullare la Legge. Anche se è vero che Tobruk ha nei suoi ranghi alcuni elementi che in un passato più o meno lontano hanno servito Gheddafi, è altrettanto vero che l’unico governo libico internazionalmente riconosciuto non ha mai fatto espliciti collegamenti tra sé e il Colonnello, mantenendosi quindi nel solco della Libia rivoluzionaria di cui continua, come Tripoli, ad adottare la bandiera tricolore.

Cancellare la Legge potrebbe forse avere degli effetti positivi pratici perché quella parte degli uomini di Tobruk che avesse effettivamente militato, come da accuse, dalla parte di Gheddafi nel 2011 potrebbe ora continuare con meno assilli la propria azione politica; ma questa abrogazione potrebbe anche creare un pericoloso precedente di simbolica rottura, perché potrebbe essere interpretata da alcuni come una rilegittimazione del gheddafismo e soprattutto dei gheddafisti a pochissimi anni dalla loro sconfitta e per giunta in un momento politico e sociale molto teso.

Cancellare la Legge potrebbe poi voler dire, per Tobruk, anche rinforzare la retorica tripolina degli unici veri garanti della rivoluzione, visto che a Tripoli e nel territorio occidentale la Legge non subirà presumibilmente alcuna modifica.

Cancellare la Legge potrebbe voler dire facilitare il compito di chi vuole rappresentare Tobruk non solo come la capitale antiislamista di Libia, ma anche come la culla di una nuova dittatura militare che vive nel segno teorico di Gheddafi e nell’esempio pratico del vicino di casa el Sisi.

Nell’attesa d sapere con certezza se si sia trattato dunque di un’abrogazione come riportato dalle agenzie o piuttosto di una sospensione e magari di una futura riformulazione, bisogna quindi chiedersi se a Tobruk converrebbe rischiare tutto questo.

 

Qual è la vostra opinione? Fatemelo sapere nei commenti e speriamo ne nasca un fruttuoso confronto.